Chiesetta di San Paolo

La chiesa di San Paolo è posta all’interno del centro storico di Sarnico, in via San Paolo, nel punto più elevato dove sorgeva un castello a guardia del ponte sul fiume Oglio. L’origine militare dell’edificio è rivelata da una stretta feritoia, a sinistra dell’altare maggiore, che poteva essere utilizzata per contrastare gli avversari che si fossero avventurati contro il castello. La costruzione della chiesa risale al 1428, e risultava già citata in una pergamena del 1461.

Questa chiesa è attualmente utilizzata per la celebrazione di alcuni matrimoni e per eventi culturali, come recite o concerti, che nei mesi estivi si tengono anche nella piazzetta antistante, trattandosi di un luogo chiuso, accessibile solo da una strada pedonale, dove sul lato destro si erge la torre dell’orologio, impostata su quella che apparteneva al castello. La prima opera d’arte che può essere ammirata è il portale di ingresso, in pietra arenaria di Sarnico, costruito nel 1724, con le decorazioni e le tipiche volute dell’arte barocca.

Nel giugno del 1969 vennero rimossi i quadri e le sovrastrutture che ne avevano alterato l’unità stilistica, così da poter rivivere l’armonia compositiva del ’400.

L’opera più importante è l’affresco dell’abside a conca, di autore ignoto del secolo XV. La Vergine stringe il figlio morto, mentre sull’altra mano la corona di spine. Alle spalle la croce con l’iscrizione di Gesù Nazareno re dei Giudei, INRI. Sotto la mano del Cristo, trafitta dai chiodi della croce, un cartiglio con una scritta [parte non leggibile con sufficiente certezza nella fotografia]. Ai lati della Vergine due Santi, le cui fattezze potrebbero essere quelle dei committenti dell’affresco, in considerazione della ricchezza della veste e della capigliatura, tipica dei patrizi dell’epoca.

Affresco Madonna Addolorata – autore ignoto

Un altro affresco di rilievo è a destra entrando nella chiesa, e raffigura i Santi Pietro e Paolo. Il primo è riconoscibile dalla tiara pontificia e dalle chiavi, il secondo brandisce la spada, in ricordo della sua morte per decapitazione.

Anche questo affresco risale al quindicesimo secolo, e non vi sono elementi che consentano di attribuirlo ad un determinato autore. La contemporaneità della decorazione pittorica consente di ipotizzarne la venuta di una famiglia artistica della Valcamonica.

L’ultimo gruppo di affreschi oggi visibili — altri sono persi per effetto dei lavori fatti nel ’700 — raffigura, accanto ai Santi Pietro e Paolo, una Madonna seduta in trono che regge il bambino.


L’epigrafe del 1623

L’epigrafe con iscrizione latina che ricorda il restauro e l’abbellimento della chiesa nel 1623.

Sulla parete sinistra della chiesa è murata una lapide in pietra particolarmente significativa per la storia dell’edificio. L’iscrizione, nonostante l’usura del tempo, conserva una data precisa, MDCXXIII, cioè 1623, e ricorda un importante intervento compiuto sulla chiesa sotto la «vigile cura» di Ludovico, espressamente nominato nel testo latino.

La parte centrale dell’iscrizione recita:

… LVDOVICIO … VIGILANTE CVRA
HVIVS TEMPLI MAIVS SACELLVM IDEMQ[VE] TEMPLVM
INSTAURATVM VNDIQ[VE] ET EXORNATVM
FVIT ANNO DOMINI MDCXXIII

La traduzione è:

«… sotto la vigile cura di Ludovico, la cappella maggiore di questa chiesa e la chiesa stessa furono interamente restaurate e ornate nell’anno del Signore 1623.»

La lapide costituisce quindi una testimonianza documentaria diretta della storia più antica dell’edificio: attesta che già nel 1623 la chiesa e la sua cappella maggiore furono interessate da un intervento complessivo di restauro e abbellimento. L’espressione latina «undique instauratum et exornatum» sottolinea infatti l’ampiezza dei lavori, che non riguardarono un singolo elemento, ma l’edificio nel suo insieme.

Particolarmente interessante è anche la menzione di Ludovico, indicato come colui sotto la cui «vigile cura» si svolsero i lavori. Le parti più consumate dell’iscrizione non consentono, allo stato attuale, di ricostruirne con assoluta sicurezza il nome completo o la qualifica; la lapide conserva tuttavia la memoria concreta di una persona direttamente legata all’importante intervento del 1623.