Fonte Rizzardi – Chiesa di San Martino

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Titolo interno

Storia della Chiesa e dei suoi restauri

La chiesa parrocchiale di Sarnico, dedicata all’Assunta ma comunemente conosciuta come Chiesa di San Martino, fu costruita su progetto dell’architetto ticinese Luca Lucchini (1720-1788), in sostituzione di un edificio precedente, più piccolo e diversamente orientato. Il corpo della chiesa risale al 1750, mentre la facciata fu realizzata nel 1777.

La grandezza dell’edificio e la ricchezza della sua decorazione testimoniano il notevole impegno sostenuto dalla comunità di Sarnico, che all’epoca contava meno di mille abitanti. Alla costruzione contribuirono sia le famiglie con maggiori disponibilità economiche sia numerosi cittadini attraverso offerte e prestazioni di lavoro.

La chiesa conserva anche tracce dell’edificio precedente, tra cui un importante affresco cinquecentesco della Madonna con il Bambino, successivamente modificato all’inizio del Novecento e poi recuperato attraverso il restauro.

Gli importanti restauri conclusi alla fine del 2011 hanno interessato le strutture, gli impianti e il patrimonio artistico della chiesa. La direzione dei lavori strutturali fu coordinata dall’architetto Andrea Ruggeri, mentre il restauro artistico fu curato da Elisa Foresti e Giancarla Zanardi, in collaborazione con la Soprintendenza.

I Santi Patroni: San Martino e San Mauro

La comunità cristiana di Sarnico si riconosce attorno ai suoi santi patroni, San Martino vescovo e San Mauro abate. La devozione verso San Mauro è collegata alla presenza e all’influenza esercitata sul territorio dal monastero cluniacense di San Paolo d’Argon. Nel 1081 il conte Gisilberto IV donò a Sarnico un terreno e una cappella per la costruzione di un monastero; di quell’antica presenza rimane la chiesa di Santa Maria, detta anche Chiesa Madonna.

San Martino di Tours

San Martino di Tours nacque nel IV secolo. Figlio di un legionario romano, intraprese inizialmente la carriera militare. L’episodio più celebre della sua vita è quello dell’incontro con un povero seminudo e infreddolito, al quale donò metà del proprio mantello. La notte successiva vide in sogno Gesù rivestito proprio con quel mantello, episodio che segnò il cammino della sua conversione al cristianesimo.

Dopo un periodo di vita monastica, nel 371 fu scelto come vescovo di Tours. Si dedicò alla lotta contro le eresie e il paganesimo e all’evangelizzazione delle campagne. La sua santità venne presto riconosciuta e la tradizione gli attribuì numerosi miracoli. La festa dell’11 novembre è inoltre legata alla cosiddetta “estate di San Martino” e, nella tradizione contadina, al momento del rinnovo dei contratti agricoli e dei trasferimenti da un’azienda all’altra.

San Mauro abate

San Mauro, morto nel 584, fu uno dei principali discepoli di San Benedetto insieme a San Placido. Affidato ancora giovane a Benedetto perché fosse educato alla vita cristiana, scelse di rimanere nella comunità monastica. La tradizione gli attribuisce un ruolo importante nella diffusione dell’ordine benedettino in Italia e in Francia.

A San Mauro vengono attribuiti diversi miracoli, tra i quali la guarigione di uno storpio mediante la benedizione con una reliquia della Santa Croce e l’invocazione dell’intercessione di San Benedetto. Per questo viene spesso rappresentato con la mano alzata in atto benedicente, gesto al quale la devozione popolare ha tradizionalmente associato una particolare efficacia contro i dolori articolari e la sciatica.

A Sarnico la festa di San Mauro si celebra il 15 gennaio. La ricorrenza comprende la Messa solenne e tradizionalmente anima il sagrato con bancarelle e momenti di festa popolare. Nel volume sono ricordate anche rappresentazioni dedicate alla figura del santo e iniziative culturali collegate alla giornata patronale.

La struttura della Chiesa: sezione e pianta

La chiesa parrocchiale di Sarnico è costituita da una navata unica e presenta due importanti sopraelevazioni rispetto all’andamento generale della volta. La prima è la grande cupola centrale, sostenuta direttamente dalla struttura del tetto e racchiusa all’esterno da un tiburio, cioè una costruzione in muratura che protegge la cupola. La luce naturale entra attraverso quattro grandi finestre disposte simmetricamente.

La seconda sopraelevazione si trova sopra il presbiterio, la zona destinata alle celebrazioni. Grazie a un attento gioco prospettico, questa calotta appare a chi osserva come una seconda cupola, pur avendo in realtà una sporgenza molto ridotta rispetto alla struttura del tetto.

La sezione dell’edificio riprodotta nel volume segue l’asse Nord-Sud, mettendo in evidenza rispettivamente l’abside e la facciata. L’orientamento della chiesa fu probabilmente determinato dallo spazio disponibile al momento della costruzione.

La struttura interna si sviluppa su due ordini. Il primo è scandito da lesene e pilastri coronati da capitelli compositi; il secondo segue l’altezza dell’edificio e accompagna la grande volta che percorre tutta la navata. Nelle zone di raccordo tra le strutture si trovano i pennacchi, chiamati anche “vele”, superfici triangolari leggermente curve sulle quali sono collocati alcuni degli affreschi principali.

Il pavimento del presbiterio è sopraelevato rispetto alla navata, mentre la volta mantiene una continuità di altezza. La pianta mette in evidenza la grande aula che converge verso il presbiterio e la forma leggermente ellittica della cupola e della calotta.

Nel volume la pianta della chiesa viene inoltre utilizzata come guida per la visita. Il percorso proposto parte dall’altare della Sacra Famiglia, prosegue con l’altare della Madonna del Rosario, la cupola centrale, l’altare detto di San Lorenzo, il presbiterio, l’altare maggiore, l’altare di Sant’Antonio, l’altare del Crocifisso e infine l’altare dedicato a San Mauro.

La facciata

La facciata della chiesa, rivolta a Sud e preceduta da un ampio sagrato, è organizzata su due livelli principali, che richiamano le diverse altezze dell’interno dell’edificio. Sopra questi si innalza un attico, la cui funzione è sia rendere più solenne il prospetto sia nascondere alla vista il tiburio che racchiude la cupola centrale.

L’aspetto della facciata è caratterizzato dal contrasto tra il bianco dell’intonaco e il grigio della pietra arenaria, materiale proveniente dalle cave attive a Sarnico all’epoca della costruzione. Con questa pietra furono realizzati il ricco portale e numerosi elementi scultorei inseriti nelle nicchie.

Le statue della facciata sono attribuite, almeno in parte, a Giovanni Sanz, appartenente a una famiglia di origine bavarese attiva nella scultura e nell’intarsio del legno tra le province di Brescia e Bergamo. Sopra l’ingresso sono raffigurate le virtù della Fede, Speranza e Carità; nelle nicchie compaiono invece l’Assunta, San Martino, San Carlo Borromeo e gli apostoli Pietro e Paolo.

Il grande portone in bronzo è opera dello scultore Alberto Meli (1921-2003), artista inserito nell’avanguardia europea del Novecento e collaboratore di Hans Arp. Le formelle del portone richiamano i due patroni della comunità di Sarnico, con episodi legati alla carità di San Martino e alla figura di San Mauro.

L’interno della Chiesa

Entrando dall’ingresso principale, l’interno della chiesa si presenta nella sua imponenza strutturale e decorativa, ma anche per la notevole luminosità. I colori dominanti sono il bianco, il rosa e l’oro, illuminati da quindici grandi finestre: cinque su ciascuna parete laterale, una in facciata e quattro nella cupola centrale. Il pavimento alterna formelle bianche e nere.

La grande aula a navata unica favorisce il raccoglimento liturgico e la partecipazione della comunità. La particolare conformazione dell’edificio garantisce inoltre una buona resa acustica, caratteristica che ha consentito nel tempo l’utilizzo della chiesa anche per importanti eventi musicali ed elevazioni spirituali.

Uno degli elementi più evidenti dell’interno è costituito dalle sedici colonne dell’ordine gigante, che sostengono la grande cornice perimetrale. Questa struttura fu arricchita nel 1902 da una serie di mensole ricurve dorate, i cosiddetti modiglioni, e da cornici in gesso destinate a inquadrare le pitture presenti nella chiesa.

Le colonne sono realizzate in scagliola, una tecnica decorativa sviluppata a partire dal Seicento per imitare il marmo. Le superfici riproducono colori e venature della pietra e sono rifinite a lucido. Le basi poggiano su basamenti in marmo bianco e le colonne culminano in capitelli dorati di ordine composito.

L’apparato decorativo comprende numerosi affreschi, molti dei quali eseguiti all’inizio del Novecento dal pittore torinese Luigi Morgari. Sotto la grande cornice si trovano raffigurazioni di numerosi santi, tra cui Pietro e Paolo, Giuseppe e Luigi, Francesco e Domenico, Benedetto e Ignazio, Gioacchino e Anna, Monica e Agnese.

Sulla controfacciata sono presenti due riquadri dedicati alla vita di San Martino e una vetrata che raffigura San Giovanni XXIII in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II. Durante i restauri sono state inoltre rinvenute numerose iscrizioni riferibili sia alla costruzione sia ai successivi interventi sull’edificio.

L’altare della Sacra Famiglia

Il primo altare sul lato sinistro della chiesa è tradizionalmente indicato come altare della Sacra Famiglia. Questa denominazione deriva da una trasformazione avvenuta all’inizio del Novecento, quando all’antico affresco cinquecentesco della Madonna con il Bambino furono aggiunte la figura di San Giuseppe e la colomba dello Spirito Santo.

Il successivo restauro ha eliminato queste aggiunte, considerate estranee all’opera originaria, e ha permesso di recuperare anche il drappeggio che fa da sfondo alla Vergine e al Bambino. La parete che ospita l’affresco potrebbe appartenere alla facciata interna della chiesa precedente, che aveva il tradizionale orientamento da Ovest verso Est.

L’autore dell’affresco non è noto con certezza. Per epoca e stile, il volume suggerisce un possibile collegamento con la bottega di Andrea Previtali, pittore bergamasco legato alla cultura figurativa veneta del primo Cinquecento.

Ai lati dell’altare si trovano due pitture murali di Luigi Morgari, raffiguranti Santa Lucia e Santa Apollonia. Sempre del Morgari è l’angelo con cartiglio dipinto nel voltino sopra l’altare. Sopra l’arco della cappella sono inoltre presenti due angeli monocromi che sorreggono un’iscrizione, difficilmente leggibile dal basso.

L’altare della Madonna del Rosario

L’altare della Madonna del Rosario è uno degli apparati più ricchi e solenni della chiesa. La statua della Vergine, in legno dipinto e dorato, è collocata all’interno di una grande nicchia protetta da una vetrata e inserita nella parte superiore dell’altare. La nicchia è incorniciata da quattro colonne in marmo arabescato grigio-rosa.

Ai lati della Vergine si trovano due importanti statue in marmo bianco, attribuite allo scultore bresciano Antonio Calegari (1699-1777), raffiguranti San Domenico e Santa Caterina, figure strettamente legate alla tradizione del Rosario. Nella parte superiore dell’altare compaiono inoltre le figure bibliche di Ester e Giuditta, insieme ad altri angeli in marmo bianco.

La statua della Madonna è attribuita ad Andrea Fantoni (1659-1734), uno dei più importanti scultori attivi nel territorio bergamasco. L’intero complesso è considerato nel volume un autentico capolavoro della statuaria barocca, caratterizzato da un ricco impiego di marmi policromi, cornici di marmo bianco e fregi dorati.

La parte superiore è conclusa da un timpano spezzato e curvilineo, con un medaglione centrale e una cimasa dall’andamento mosso. La parete di fondo della cappella è decorata da un graticcio in gesso dorato con piccole rose, che mette in risalto l’arco dei dipinti dedicati ai Misteri del Rosario. L’autore dell’altare in marmo non è noto, ma la sua impostazione richiama le opere della bottega dei Fantoni.

I Misteri del Rosario

Attorno alla cappella sono disposti quindici dipinti, organizzati secondo i tradizionali misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi. Le tele sono attribuite a Francesco Capella, autore anche dei grandi dipinti dell’abside dedicati a San Martino, e furono eseguite intorno alla metà del Settecento, probabilmente con la collaborazione della sua bottega.

I misteri dolorosi sono disposti sul lato sinistro, mentre quelli gaudiosi si sviluppano sul lato destro. Nella parte centrale e superiore trovano posto i misteri gloriosi, con l’Incoronazione di Maria Regina del cielo e della terra in posizione di particolare rilievo.

Il ciclo pittorico costituisce quindi non soltanto un elemento decorativo, ma anche un vero percorso di meditazione e preghiera, strettamente legato alla tradizione del Rosario e alla devozione mariana.

La cupola

La grande cupola centrale è uno degli elementi di maggior rilievo visivo dell’interno della chiesa. Collocata al centro della navata, contribuisce con il suo slancio verticale e con l’ampiezza della struttura all’armonia complessiva dell’edificio. La sua forma è leggermente ellittica ed è racchiusa all’esterno da un tiburio.

La cupola non possiede un oculo o una lanterna sommitale. La luce naturale entra invece attraverso quattro grandi finestre, orientate verso i punti cardinali. Questa disposizione determina anche la suddivisione della decorazione interna e si collega ai quattro pennacchi, o “vele”, che raccordano la cupola alla struttura sottostante.

I quattro evangelisti

Nei pennacchi sono raffigurati i quattro evangelisti. La composizione originaria degli affreschi è attribuita a Francesco Monti e risale alla fase settecentesca di completamento della chiesa. All’inizio del Novecento le pitture furono interessate dall’intervento di Luigi Morgari; nel 1962 Ernesto Mazzola dichiarò inoltre di avere rifatto completamente la figura di San Matteo.

Gli evangelisti sono riconoscibili attraverso i loro tradizionali simboli:

  • San Marco con il leone;
  • San Luca con il bue;
  • San Giovanni con l’aquila;
  • San Matteo con l’angelo che lo ispira.

San Luca è inoltre raffigurato con pennelli e tavolozza, in riferimento alla tradizione che lo considera il primo pittore di immagini della Madonna e degli apostoli Pietro e Paolo.

La Santissima Trinità

Nel punto più alto della cupola, a circa 30 metri di altezza, è raffigurata la Santissima Trinità. La posizione dell’affresco, illuminata dalle finestre della cupola, assume anche un preciso significato simbolico: Dio Padre, Figlio e Spirito Santo sono posti al di sopra delle opere dell’uomo.

Nella scena Cristo stringe a sé la croce, simbolo della Redenzione, mentre dialoga con il Padre; la colomba dello Spirito Santo effonde i propri raggi. Due angeli in primo piano richiamano, attraverso il calice e la corona di spine, l’Eucaristia e la Passione di Cristo.

I personaggi dell’Antico Testamento

La decorazione della cupola comprende anche quattro figure dell’Antico Testamento. Il loro significato è legato alla continuità tra la storia del popolo d’Israele e la salvezza portata da Cristo.

Tra gli episodi raffigurati vi sono il sogno di Giacobbe, con la scala che collega la terra al cielo, e Mosè che riceve le Tavole della Legge sul monte Sinai. Completano il ciclo re Davide, rappresentato come cantore dei Salmi, e Abramo nel sacrificio di Isacco.

L’altare di San Lorenzo e la tela del Cavagna

L’altare prende il nome dalla figura di San Lorenzo, raffigurato con la graticola, strumento del suo martirio. L’affresco è opera di Luigi Morgari. Sul lato opposto della chiesa si trova una raffigurazione analoga dedicata a Santo Stefano, riconoscibile anche dai sassi posti ai suoi piedi, richiamo alla lapidazione del santo.

L’elemento di maggior interesse artistico dell’altare è però la grande pala, considerata nel volume una delle opere pittoriche più importanti presenti nella chiesa. La composizione richiama la tradizione veneziana del Cinquecento: nella parte superiore si trova la Madonna con il Bambino, circondata da angeli in adorazione, mentre nella parte inferiore sono rappresentati quattro santi.

Il dipinto raffigura la Madonna con il Bambino, San Carlo Borromeo, San Francesco di Sales, San Francesco d’Assisi e San Bernardino da Siena.

La tela è attribuita a un pittore della famiglia Cavagna: potrebbe trattarsi di Gian Paolo Cavagna (1550-1627) oppure del figlio Francesco, morto di peste nel 1630. Padre e figlio lavorarono insieme in numerose opere e nelle loro composizioni compare spesso la figura del cardinale Borromeo.

Di Gian Paolo Cavagna è conservato presso l’Accademia Carrara il disegno preparatorio della pala. Il volume ricorda che l’opera definitiva potrebbe essere stata eseguita anche dal figlio o da collaboratori della bottega, secondo una pratica comune dell’epoca. Il disegno preparatorio, a grandezza naturale, misura circa 311 × 187 centimetri.

L’arco trionfale del Crocifisso

Il passaggio dalla grande aula dei fedeli al presbiterio, più stretto rispetto alla navata, è segnato nella parte superiore da un arco trionfale obliquo. Al centro dell’arco si trova un crocifisso ligneo policromo.

Il crocifisso ha richiesto un importante intervento di restauro, perché era stato danneggiato dai tarli e aveva subito nel tempo alcuni ritocchi non coerenti con la qualità originaria dell’opera.

La decorazione ad affresco dell’arco presenta un gruppo di angeli che sembrano sostenere la croce. Anche gli archi laterali sono decorati con figure angeliche: a sinistra gli angeli reggono la scala della deposizione e il telo con impresso il volto di Gesù; a destra portano una colonna spezzata, simbolo della flagellazione di Cristo. Questa decorazione è attribuita a Luigi Morgari.

Il tema della croce, simbolo della Redenzione, ritorna più volte nell’apparato figurativo della chiesa. È presente nell’altare del Crocifisso, nell’affresco del catino absidale con Cristo che abbraccia la croce, sull’altare maggiore e su alcuni altari laterali. La chiesa conserva inoltre diverse croci astili utilizzate nelle processioni.

In origine il passaggio tra la navata e il presbiterio era segnato anche da una balaustra in marmo, rimossa nel 1967 durante un intervento di ristrutturazione.

Il presbiterio e la gloria di San Martino

La decorazione del presbiterio e dell’abside è interamente dedicata alla figura di San Martino. Sulla parete absidale si trovano tre grandi teleri che raccontano episodi della vita del santo: la visione di Cristo con il mantello, l’incontro con l’imperatore Valentiniano, raffigurato mentre si inginocchia ai suoi piedi, e il celebre episodio della divisione del mantello con il povero.

I tre dipinti sono attribuiti al pittore veneziano Francesco Capella (1711-1784), che lavorò a lungo nel territorio bergamasco fino alla morte.

San Martino compare nuovamente nell’affresco che lo rappresenta in gloria, posto nella parte superiore della calotta. L’opera potrebbe essere stata eseguita da Giulio Quaglio (1668-1751). Come altri affreschi settecenteschi della chiesa, fu successivamente interessata dagli interventi di Luigi Morgari all’inizio del Novecento.

L’ultimo restauro ha richiesto un lavoro particolarmente accurato per recuperare la stesura originaria dell’affresco e restituirgli la luminosità dei colori.

Nel catino dell’abside si trova invece il Cristo Redentore, opera originale di Luigi Morgari, caratterizzata da una forte intensità spirituale. L’immagine è diventata particolarmente conosciuta anche grazie alla sua riproduzione su numerose immaginette devozionali.

Le virtù cardinali

I quattro pennacchi che sorreggono la calotta sopra il presbiterio raffigurano le quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza. Gli affreschi sono opere settecentesche di Francesco Monti. Il restauro ha permesso di recuperare la qualità compositiva e cromatica originaria, eliminando le alterazioni introdotte all’inizio del Novecento.

Le virtù cardinali costituiscono la base delle virtù teologali, raffigurate più in alto nella calotta.

Prudenza

La Prudenza è rappresentata con uno specchio e un serpente. Lo specchio richiama la necessità di conoscere se stessi, mentre il serpente è simbolo di sapienza e capacità di affrontare le difficoltà.

Giustizia

La Giustizia è raffigurata con la tradizionale bilancia, simbolo dell’equità nel valutare le ragioni delle parti, e con una spada, che richiama il potere di rendere esecutive le decisioni.

Fortezza

La Fortezza ha sullo sfondo un edificio fortificato costruito sulla roccia e tiene in mano il bastone del comando. Rappresenta la capacità di resistere alle avversità e di perseverare nel cammino verso il bene.

Temperanza

La Temperanza è raffigurata mentre versa acqua sul metallo incandescente tenuto con una tenaglia. Simboleggia il dominio sulle passioni, l’equilibrio nell’uso dei beni e la capacità di mantenere desideri e istinti entro giusti limiti.

Le virtù teologali

Nella parte superiore della calotta del presbiterio sono raffigurate le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. Sono collocate al di sopra delle virtù cardinali, quasi a indicare un percorso che dalle virtù umane conduce alle virtù direttamente riferite a Dio.

Le tre virtù teologali sono rappresentate all’interno di medaglioni e costituiscono uno dei nuclei simbolici più importanti della decorazione del presbiterio.

Accanto ad esse, nel quarto spicchio della calotta, Luigi Morgari dipinse la virtù della Religione, posta come completamento delle tre virtù teologali.

La decorazione crea così un insieme coerente: nei pennacchi inferiori compaiono le quattro virtù cardinali — Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza — mentre più in alto sono rappresentate Fede, Speranza e Carità, accompagnate dalla Religione.

L’organo Callido

L’organo della chiesa è opera della bottega di Gaetano Callido (1727-1813), uno dei più importanti costruttori di organi attivi nella Repubblica di Venezia. Il volume ricorda che alla sua bottega sono attribuiti anche i tre organi della Basilica di San Marco a Venezia.

Lo strumento di Sarnico risale al 1792 ed è stato restaurato più volte per conservarne le caratteristiche musicali e la potenza sonora.

Il prospetto dell’organo è realizzato in legno intagliato, dipinto e dorato. Lo strumento è incorniciato da due colonne con capitelli compositi, sormontate da un timpano di gusto classico dal quale scende una ghirlanda di foglie dorate.

Nella parte superiore compare uno scudo con l’iscrizione “LAUDATE DEUM”, cioè “Lodate Dio”, che richiama esplicitamente la funzione liturgica della musica all’interno della chiesa.

L’altare maggiore

L’altare maggiore conserva la struttura tradizionale propria delle chiese anteriori alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, quando il celebrante officiava rivolto verso l’altare e quindi con le spalle ai fedeli. Oggi le celebrazioni si svolgono invece su un altare collocato all’inizio del presbiterio, decorato con due angeli in legno dorato.

L’altare maggiore mantiene tuttavia un ruolo centrale nella custodia del Santissimo Sacramento, conservato nel tabernacolo. Durante alcune festività viene inoltre utilizzato per l’esposizione delle reliquie dei santi, custodite in statue d’argento, insieme ad altri elementi decorativi preziosi.

Dal punto di vista artistico, l’altare è caratterizzato da un ricchissimo impiego di marmi policromi. Nel 1978 lo storico sarnicense Arcibano Volpi ne ricordava la varietà: marmo di Carrara bianco e venato, bardiglio, broccatello, ardesia, diaspro, verde di Varallo e nero di Gazzaniga.

L’elemento di maggior pregio è il paliotto in marmo bianco, opera di Andrea Fantoni. Il relativo modello in terracotta è conservato nel museo di Rovetta. L’altorilievo raffigura un episodio della vita di San Martino e costituisce uno dei punti di maggiore interesse dell’altare.

Altri altari laterali

L’altare di Sant’Antonio

L’altare dedicato a Sant’Antonio di Padova presenta una struttura semplice e lineare, di gusto neoclassico, che richiama quella dell’altare di San Lorenzo posto sul lato opposto della navata. Il fronte è formato da specchiature di marmo verde racchiuse da cornici di marmo giallo; le colonne sono in marmo rosso venato e terminano con capitelli corinzi dorati.

Sulle pareti laterali della cappella Luigi Morgari dipinse San Biagio, vescovo, e Sant’Alessandro, soldato e patrono della diocesi di Bergamo.

La pala raffigura Sant’Antonio in preghiera, circondato dagli angeli, mentre riceve la visita di Gesù Bambino nella cella di Camposampiero, vicino a Padova, dove trascorse gli ultimi anni della vita. Il santo morì il 13 giugno 1231, a 36 anni, e fu proclamato santo meno di un anno dopo.

L’attribuzione della pala non è certa. Una delle ipotesi la riconduce a Giovan Battista Discepoli, detto lo Zoppo da Lugano, ma il volume considera possibile anche l’intervento di un suo allievo, Pompeo Ghitti, originario di Marone. La tela potrebbe provenire dalla chiesa precedente ed essere stata successivamente collocata nell’edificio settecentesco.

Il santo è correttamente indicato come Sant’Antonio di Padova, dal luogo nel quale operò e dove è sepolto; essendo però nato in Portogallo, nel suo Paese d’origine è conosciuto come Sant’Antonio da Lisbona.

L’altare del Crocifisso

L’altare del Crocifisso riprende nelle forme e nella ricchezza decorativa l’altare della Madonna del Rosario, collocato simmetricamente sul lato opposto della chiesa. Sul timpano spezzato curvilineo sono poste le figure di Veronica e Maria Maddalena.

Il crocifisso custodito nella nicchia è particolarmente venerato dalla comunità. Secondo la tradizione sarebbe giunto a Sarnico trasportato dalla corrente del lago. Alle sue spalle è dipinto un affresco con la Vergine, San Giovanni e Maria Maddalena ai piedi della croce.

Lungo le pareti della cappella si trovano quindici medaglioni dipinti da Giacomo Gritti nel 1850, dedicati agli episodi della vita di Gesù compresi tra il Cenacolo e l’Ascensione.

Il ciclo comprende, tra gli altri, Cristo nell’orto degli ulivi, la cattura, la presentazione a Pilato, l’Ecce Homo, la salita al Calvario, la Crocifissione, la Risurrezione, le donne al sepolcro, la cena di Emmaus, l’incredulità di San Tommaso e la consegna delle chiavi a San Pietro.

Due riquadri originari furono trafugati e successivamente sostituiti dal pittore sarnicese Giacinto Galizzi, detto Cinto (1926-2009).

L’altare di San Mauro

L’ultimo altare del percorso di visita è dedicato a San Mauro, compatrono della comunità di Sarnico. Come il primo altare della parete sinistra, presenta una struttura relativamente semplice di impostazione neoclassica. La mensa è in marmo chiaro, con una specchiatura centrale in marmo rosa e cornice bianca. Sul fondo risalta una fascia di marmo arabescato rosso, colore ripreso anche dalle colonne con capitelli corinzi dorati.

La trabeazione termina con un elemento centrale in legno dorato nel quale la dignità abbaziale di San Mauro è richiamata attraverso breviario, mitria e croce.

Nella cappella sono presenti due affreschi di Luigi Morgari. A sinistra è raffigurata Santa Teresa d’Avila, rappresentata con il libro aperto e la penna, secondo l’iconografia della mistica e scrittrice. A destra compare Maria Maddalena penitente, raffigurata mentre medita sulla croce e sulla caducità della vita, simboleggiata dal teschio.

Al centro dell’altare è custodita la statua lignea di San Mauro. Durante l’anno rimane nella propria nicchia; in prossimità della festa patronale del 15 gennaio viene invece collocata presso i gradini del presbiterio e successivamente portata in processione. Il volume sottolinea come il valore della statua sia soprattutto devozionale e affettivo per la comunità, più che strettamente artistico.

Cartigli e le iscrizioni degli altari laterali

Durante il restauro del 2011 è stato possibile documentare e leggere più chiaramente anche le iscrizioni latine presenti nei sei altari laterali. Ogni cappella presenta due messaggi: uno affidato agli angeli dell’arco superiore, spesso difficile da leggere dal basso, e un secondo inserito nella volta del piccolo cupolino dell’altare.

Altare di Sant’Antonio

Le iscrizioni sono:

PEREUNT PERICULA – CESSAT ET NECESSITAS
SI QUAERIS MIRACULA

Il significato riportato nel volume è: “Terminano i pericoli e la necessità cessa se chiedi miracoli.” Il testo richiama la tradizionale devozione a Sant’Antonio e la fiducia nella sua intercessione.

Altare della Madonna del Rosario

Le iscrizioni sono:

AVE GRATIA PLENA DOMINUS TECUM – BENEDICTA TU IN MULIERIBUS
QUASI PLANTA ROSA IN IERICO

La traduzione proposta è: “Ave, piena di grazia, il Signore è con te; benedetta tu fra le donne, come una rosa piantata in Gerico.”

Altare di San Mauro

Le iscrizioni sono:

COMPTEMPSIT VITAM MUNDI
PERVENIT AD COELESTIA REGNA – ECCE NOS RELIQUIMUS OMNIA

Il testo richiama il distacco dai beni terreni e il raggiungimento del Regno dei cieli, in relazione alla scelta monastica di San Mauro.

Altare di San Lorenzo

Le iscrizioni sono:

SACERDOTES DEI – BENEDICITE DOMINUM
SAPIENTIA SANCTORUM NARRENT POPULI

Il significato riportato nel volume è: “Sacerdoti di Dio, benedite il Signore; i popoli narrano la sapienza dei Santi.”

Altare del Crocifisso

Le iscrizioni sono:

CONSUMATUM EST!
REGNAVIT A LIGNO DEUS
OBIECTUM AMORIS ET ADORATIONIS CRUX 1786

Il significato è: “Tutto è compiuto! Dio regnò dal legno; la croce, oggetto di amore e di adorazione.” L’iscrizione reca anche la data 1786.

Altare della Sacra Famiglia

Le iscrizioni sono:

DE QUA NATUS EST JESUS – QUI VOCATUR CHRISTUS
EGO MATER PULCRAE DILECTIONIS

La traduzione riporLe altre chiese di Sarnico

Il volume conclude il percorso artistico dedicato alla parrocchiale con una sintesi delle altre cinque chiese presenti nel territorio di Sarnico, alcune più antiche e altre successive alla costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale.

Le altre chiese di Sarnico

Il volume conclude il percorso artistico dedicato alla parrocchiale con una sintesi delle altre cinque chiese presenti nel territorio di Sarnico, alcune più antiche e altre successive alla costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale.

Santi Nazario e Rocco in Castione

La chiesa dei Santi Nazario e Rocco in Castione è la più antica tra quelle presentate nel volume. La località di Castione fu annessa al Comune di Sarnico nel 1929. La chiesa sorge in posizione rialzata rispetto alla strada proveniente da Bergamo, poco dopo il torrente Guerna.

La semplice struttura, con tetto a capanna e capriate lignee a vista, viene fatta risalire al XII secolo, anche se la presenza di affreschi altomedievali potrebbe suggerire origini ancora più antiche. Il principale pregio dell’edificio è costituito dai numerosi affreschi, realizzati nell’arco di circa cinque secoli, fino al Cinquecento.

Tra i frammenti più antichi conservati all’interno vi sono la scena del martirio di un santo e quella di un gruppo di personaggi davanti a una figura in trono. Un altro affresco, probabilmente quattrocentesco, raffigura una Maestà con la Madonna in trono e il Bambino benedicente, accompagnata da San Giacomo, da un santo vescovo, forse San Nazario, e da Sant’Antonio abate.

All’esterno, sotto il portico, è presente una Madonna con Bambino datata 12 giugno 1510. Sulla stessa parete si trova inoltre una Madonna annerita dall’alterazione dei colori, affiancata dai Santi Rocco e Sebastiano.

Di particolare rilievo è l’affresco quattrocentesco dell’Addolorata, nel quale la Vergine sorregge Cristo morto e tiene nell’altra mano la corona di spine. Ai lati compaiono due figure di santi.

Un altro affresco rappresenta San Pietro e San Paolo: Pietro è riconoscibile dalle chiavi e dalla tiara, Paolo dalla spada, simbolo del suo martirio.

La chiesa di San Paolo

La chiesa di San Paolo si trova nel centro storico di Sarnico, nella parte più elevata dell’antico borgo, dove un tempo sorgeva un castello posto a controllo del ponte sull’Oglio. Una stretta feritoia presso l’altare maggiore ricorda ancora l’originaria funzione difensiva della struttura.

La costruzione della chiesa risale al 1428 ed è già documentata in una pergamena del 1461.

Oggi la chiesa viene utilizzata per alcune celebrazioni matrimoniali e per iniziative culturali, tra cui concerti e rappresentazioni, che nei mesi estivi possono svolgersi anche nella piazzetta antistante.

Il portale d’ingresso, realizzato in pietra arenaria di Sarnico nel 1724, presenta decorazioni e volute barocche. Nel 1969 furono eliminate alcune sovrastrutture e opere aggiunte nel tempo, con l’intento di restituire maggiore coerenza all’impianto quattrocentesco.

L’opera pittorica più importante è una grande tela con la Madonna con il Bambino, San Domenico e Santa Caterina da Siena, circondata dai quindici Misteri del Rosario. L’attribuzione è incerta; secondo don Gianni Bellini potrebbe essere opera di Domenico Carpinoni (1566-1658).

La chiesa di San Rocco accanto alla parrocchiale

La chiesa dedicata a San Rocco, posta accanto alla parrocchiale, fu edificata nel 1630, durante la grande peste che colpì la Lombardia. La sua costruzione era legata alla devozione verso il santo, tradizionalmente invocato contro le epidemie.

L’edificio fu demolito e ricostruito nel 1705 e venne utilizzato anche come luogo di sepoltura, grazie alla presenza di tombe sotto il pavimento. Questa funzione cessò nel 1809, con la realizzazione del cimitero fuori dall’abitato secondo le disposizioni napoleoniche.

Nel 1923 la chiesa fu allungata per creare maggiore simmetria con la facciata della parrocchiale. Nello stesso intervento la parete destra fu modificata per realizzare la grotta della Madonna di Lourdes.

La chiesa di Santa Teresina a Fosio

La chiesa di Santa Teresa di Lisieux, comunemente chiamata Santa Teresina per distinguerla da Santa Teresa d’Avila, si trova nella località di Fosio, nella zona occidentale di Sarnico. La festa liturgica della santa ricorre il 1° ottobre.

La chiesa fu costruita nel 1929, anno in cui anche questa zona venne annessa al Comune di Sarnico. L’edificio presenta una struttura molto semplice: rivestimento esterno in mattoni, tetto a capanna con travi a vista e un piccolo campanile posteriore con cinque campane.

La pala dell’altare rappresenta Santa Teresa davanti al Sacro Cuore di Gesù, mentre ai lati si trovano affreschi raffiguranti San Giovanni Bosco e San Filippo Neri.

La chiesa sorge in posizione elevata rispetto al fiume Oglio, non lontano dalla diga costruita nel 1933 per regolare il livello del lago e il flusso delle acque. In questa zona ha inizio anche il Parco regionale dell’Oglio.

La chiesa Stella Maris al Fontanì

La chiesa Stella Maris si trova nella località Fontanì, nella parte orientale di Sarnico. Il nome della località deriva da una sorgente che un tempo sgorgava nel lago poco distante dalla riva.

L’edificio nacque come cappella privata di una delle ville sorte in questa zona all’inizio del Novecento. Apparteneva alla famiglia Agliardi-Pesenti, il cui stemma in pietra è ancora visibile all’interno. La chiesa fu progettata dall’architetto Luigi Angelini (1884-1969) e costruita nel 1935.

Successivamente la cappella e il terreno circostante furono lasciati al Comune. Lo spazio esterno consente nei mesi da giugno a settembre la celebrazione della Messa all’aperto, frequentata sia dagli abitanti della zona sia dai turisti.

Il nome Stella Maris, cioè “Stella del Mare”, è un tradizionale titolo mariano e richiama la vicinanza della chiesa alla riva del lago.

L’opera d’arte più importante è la statua della Madonna Stella del Mare, realizzata in gioventù dallo scultore Giacomo Manzoni, divenuto poi celebre con il nome di Giacomo Manzù.

Il terzo sabato di luglio la statua viene tradizionalmente trasportata sul lago in una processione di barche illuminate fino al molo principale di Sarnico; la domenica successiva viene celebrata la Messa.

La chiesa precedente e la costruzione della nuova parrocchiale

Prima dell’attuale parrocchiale esisteva a Sarnico una chiesa molto più piccola. Una pergamena del 1461 documenta una dotazione destinata alla celebrazione della Messa, mentre informazioni più precise provengono dalla visita pastorale di San Carlo Borromeo del 1575.

All’epoca la parrocchia era retta dal prevosto Gerolamo Campioni e contava circa 600 abitanti, dei quali 300 ammessi alla comunione. La chiesa misurava circa 13 metri di lunghezza e 10,6 metri di larghezza. Aveva una navata centrale, una copertura con grosse travi lignee a vista e un ingresso principale in pietra arenaria rivolto verso occidente. All’interno erano presenti sei altari e una cappella.

L’orientamento verso occidente dell’ingresso seguiva una tradizione diffusa nell’architettura cristiana: entrando da ovest il fedele procedeva idealmente verso est, il luogo del sole che sorge e simbolicamente verso Cristo. Rizzardi ricorda tuttavia che la disponibilità dello spazio e altri fattori potevano determinare orientamenti differenti.

La chiesa cinquecentesca aveva una superficie di circa 140 metri quadrati. La nuova parrocchiale settecentesca sarebbe stata circa cinque volte più grande: la facciata misura circa 20 metri, la larghezza massima raggiunge 24,80 metri, la lunghezza interna circa 42 metri e la cupola arriva a circa 30 metri di altezza. Per una comunità che allora contava poco più di mille abitanti si trattò di un’impresa di notevoli dimensioni. Rizzardi sottolinea come molti abitanti abbiano probabilmente contribuito anche offrendo gratuitamente il proprio lavoro.

Quando fu costruita la nuova chiesa?

La data di inizio della costruzione non è completamente certa. Diverse fonti indicano il 1727, ma Rizzardi segnala un problema storico legato all’attribuzione del progetto all’architetto ticinese Luca Lucchini, nato nel 1720: se la costruzione fosse davvero iniziata nel 1727, Lucchini avrebbe avuto soltanto sette anni.

Rizzardi presenta quindi due ipotesi. Secondo una prima interpretazione potrebbe essere esistito un altro architetto omonimo, anch’egli chiamato Luca Lucchini. Una seconda ipotesi considera invece la possibilità che la costruzione della parrocchiale sia avvenuta più tardi, intorno alla metà del Settecento. È infatti documentato che Luca Lucchini progettò intorno al 1750 la chiesa parrocchiale di Nembro, edificio che presenta notevoli somiglianze con quello di Sarnico.

Un dato certo indicato nella relazione è invece il 1777, anno della costruzione della facciata.

Queste informazioni mostrano quindi che la tradizionale indicazione del 1727 come data iniziale della costruzione deve essere considerata con prudenza e non come un dato definitivamente accertato.

I restauri del 1903-1911

Tra il 1903 e il 1911 la chiesa parrocchiale di Sarnico fu interessata da un intervento che Raffaele Rizzardi giudica in modo molto critico. Nella relazione lo definisce infatti il periodo degli “anni neri del restauro”.

All’inizio del Novecento non si era ancora affermata pienamente una moderna cultura del restauro conservativo, che avrebbe trovato una formulazione più matura solo negli anni Trenta. Gli interventi eseguiti a Sarnico modificarono quindi in maniera significativa l’aspetto originario settecentesco della chiesa.

Uno dei cambiamenti più evidenti riguardò il colore: le basi delle colonne furono dipinte di nero e il pavimento venne rifatto con marmette bianche e nere, introducendo un contrasto molto marcato nell’interno.

La struttura della chiesa venne inoltre appesantita con numerosi elementi decorativi in gesso dorato, che accentuarono ulteriormente il carattere barocco dell’insieme. Rizzardi ricorda in particolare le circa duecento mensole dorate applicate lungo le cornici della chiesa.

Gli interventi più invasivi interessarono però gli affreschi. Le pitture settecentesche attribuite a Francesco Monti, artista legato alla scuola del Tiepolo, furono alterate e ridipinte. Anche l’antico affresco cinquecentesco della Madonna con il Bambino venne modificato, aggiungendo altre figure fino a trasformarlo in una rappresentazione della Sacra Famiglia.

Le immagini riportate nella relazione mostrano chiaramente il confronto fra l’aspetto assunto dalla chiesa dopo l’intervento novecentesco e quello recuperato con i restauri successivi. In particolare vengono messi a confronto il pavimento, le basi delle colonne, le decorazioni aggiunte e le modifiche apportate agli affreschi.

Questi interventi spiegano perché i restauri più recenti abbiano dovuto svolgere non soltanto un’opera di conservazione, ma anche un delicato lavoro di recupero dell’impianto decorativo più antico, eliminando o riducendo le alterazioni introdotte all’inizio del Novecento.

La storia più recente della chiesa

Nel 1967 la chiesa fu interessata da un intervento che Raffaele Rizzardi giudica discutibile. In quell’occasione venne eliminata la balaustra del presbiterio, fu rifatto il pavimento della stessa area e venne demolita la vecchia casa parrocchiale, che conservava ancora alcuni elementi appartenenti alla precedente chiesa cinquecentesca.

Nel 1980 venne installato il nuovo portone in bronzo realizzato dallo scultore Alberto Meli, originario della Val Cavallina e collaboratore di Jean Arp.

Tra il 2008 e il 2010 si svolse un importante intervento generale di restauro, curato da Elisa Foresti e Giancarla Zanardi. Questo lavoro ha avuto un ruolo decisivo nel recupero delle decorazioni e degli affreschi alterati nei decenni precedenti.

Nel 2016 l’altare rivolto verso il popolo fu arricchito con un paliotto in scagliola, opera dell’artista fiorentino Alessandro Bianchi.

Questi interventi mostrano come l’aspetto attuale della chiesa sia il risultato di una lunga successione di trasformazioni, restauri e aggiunte, alcune delle quali hanno modificato profondamente l’edificio, mentre altre hanno cercato di recuperare e valorizzare le caratteristiche storiche e artistiche originarie.

La simmetria degli altari laterali

Gli altari laterali della chiesa sono organizzati secondo una precisa simmetria compositiva, che crea un forte equilibrio visivo lungo la navata. Rizzardi mette in evidenza come gli altari posti uno di fronte all’altro riprendano caratteristiche stilistiche analoghe.

Il primo altare a sinistra, tradizionalmente indicato come quello della Sacra Famiglia, corrisponde al primo altare a destra, dedicato a San Mauro. Entrambi presentano una struttura di gusto neoclassico.

Il secondo altare a sinistra, dedicato alla Madonna del Rosario, è posto in corrispondenza con il secondo altare a destra, quello del Crocifisso. I due altari hanno invece un’impostazione barocca e, secondo quanto indicato nella relazione, sono realizzati su disegno di Andrea Fantoni.

Infine il terzo altare a sinistra, con la Madonna con il Bambino e i santi, corrisponde al terzo altare a destra, dedicato a Sant’Antonio. Anche questi due altari presentano una struttura di gusto neoclassico.

Secondo Rizzardi, questo rapporto di corrispondenza tra gli altari genera una particolare armonia dell’insieme, difficilmente riscontrabile in altre chiese.

La pala attribuita ai Cavagna: un dubbio storico

Nella chiesa è conservata una grande pala con la Madonna con il Bambino e quattro santi: San Carlo Borromeo, San Francesco d’Assisi, San Bernardino da Siena e San Francesco di Sales.

Tradizionalmente il dipinto è stato attribuito a Gian Paolo Cavagna oppure alla sua bottega. La relazione di Raffaele Rizzardi mette però in evidenza un problema cronologico che rende questa attribuzione non del tutto sicura.

Gian Paolo Cavagna morì nel 1627 e il figlio Francesco nel 1630. San Francesco di Sales, invece, fu beatificato soltanto nel 1661 e canonizzato nel 1665. Se il personaggio raffigurato fosse davvero Francesco di Sales, la pala non potrebbe quindi essere stata dipinta da Gian Paolo Cavagna dopo la canonizzazione del santo.

Rizzardi formula quindi due possibilità: o il santo raffigurato non è San Francesco di Sales, oppure il dipinto non è opera del Cavagna.

A sostegno di questa seconda ipotesi viene ricordato che Angelo Pinetti, nell’inventario dei beni culturali del 1931, indicava l’opera come appartenente a un anonimo del Settecento.

Per questo motivo l’attribuzione della pala deve essere considerata incerta e non presentata come definitiva. Il dipinto resta comunque una delle opere di maggiore interesse della chiesa.

Il portone di Alberto Meli

Il grande portone in bronzo della chiesa parrocchiale fu realizzato nel 1980 dallo scultore Alberto Meli, originario della Val Cavallina e collaboratore di Jean Arp.

Le formelle del portone non hanno una funzione soltanto decorativa, ma costruiscono un vero racconto per immagini legato alla storia religiosa e alla vita della comunità di Sarnico.

Tra le scene principali compare San Martino che dona parte del proprio mantello a un povero, episodio centrale della tradizione legata al santo patrono. Un’altra formella raffigura San Mauro che cammina sulle acque per salvare Placido, richiamando uno degli episodi più noti della tradizione benedettina.

Accanto ai soggetti religiosi, Meli inserì anche scene legate alla vita e al lavoro del territorio. Due formelle raffigurano infatti i pescatori e gli scalpellini, attività profondamente connesse alla storia economica e sociale di Sarnico.

Il portone diventa così una sorta di sintesi visiva dell’identità locale: da una parte i santi e la tradizione cristiana, dall’altra il lavoro quotidiano e le attività che hanno caratterizzato la comunità sarnicense.

San Martino e l’imperatore Valentiniano

Tra gli episodi dedicati a San Martino presenti nella decorazione della chiesa compare l’incontro con l’imperatore Valentiniano. La scena è rappresentata in uno dei grandi teleri del presbiterio.

Raffaele Rizzardi invita però a leggere con prudenza l’interpretazione tradizionale dell’immagine. Nella relazione pone infatti esplicitamente la domanda: Valentiniano era davvero devoto del santo?

L’episodio richiamato dalla tradizione racconta che l’imperatore, inizialmente restio ad accogliere Martino, sarebbe stato costretto ad alzarsi dal trono per il calore di un fuoco divampato sotto il sedile.

La stessa scena è ripresa anche in due opere presenti nella chiesa: nell’altorilievo di Andrea Fantoni collocato sull’altare maggiore e nel paliotto in scagliola di Alessandro Bianchi dell’altare rivolto verso il popolo.

Questa ripetizione iconografica mostra quanto l’episodio fosse importante nella tradizione figurativa locale, ma la relazione di Rizzardi invita a non presentarlo come un fatto storico certo: va considerato soprattutto come racconto agiografico legato alla figura di San Martino.

San Martino e l’imperatore Valentiniano

San Martino, vissuto tra il 317 e il 397, era figlio di un legionario romano di stanza nelle Gallie. Uno degli episodi più noti della sua vita racconta che, durante una ronda notturna, incontrò un povero seminudo e infreddolito e divise con lui il proprio mantello. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito con quella metà del mantello: da questo episodio ebbe inizio il suo cammino di conversione al cristianesimo.

Nella chiesa parrocchiale di Sarnico questi due episodi sono raffigurati nelle tele attribuite a Francesco Capella, poste ai lati dell’abside.

La tela con l’imperatore Valentiniano

La grande tela centrale raffigura invece l’imperatore Valentiniano inginocchiato davanti a San Martino. A una prima osservazione l’immagine potrebbe sembrare una scena di devozione dell’imperatore nei confronti del santo vescovo.

Osservando però attentamente la tela si notano particolari significativi: un piccolo angelo ha scagliato due saette e dal sedile del trono dell’imperatore esce del fumo. Questi elementi permettono di comprendere che la scena rappresenta un episodio molto diverso da una semplice manifestazione di devozione.

Il paliotto di Andrea Fantoni

Lo stesso episodio è raffigurato nel paliotto dell’altare maggiore, un altorilievo in marmo bianco proveniente dalla bottega di Andrea Fantoni, uno dei massimi scultori bergamaschi del XVIII secolo.

Il paliotto rappresenta un momento immediatamente precedente rispetto a quello dipinto nella tela. La fonte richiamata da Rizzardi è Fortunato Venanzio, autore di un’opera dedicata alla vita di San Martino.

Secondo questo racconto, l’imperatore Valentiniano non voleva ricevere San Martino e aveva ordinato alle guardie di impedirgli l’accesso al palazzo. Martino riuscì comunque a raggiungere la sala del trono, ma l’imperatore continuò a ignorarlo. A quel punto dal trono uscirono grandi lingue di fuoco che costrinsero Valentiniano ad alzarsi e infine a prostrarsi davanti al santo.

L’altorilievo del Fantoni permette quindi di interpretare correttamente anche la tela del Capella: l’imperatore non è inginocchiato perché già devoto al santo, ma perché, secondo il racconto agiografico, è stato costretto dagli eventi miracolosi a riconoscerne l’autorità spirituale.

La scagliola dell’altare rivolto al popolo

La stessa scena fu scelta anche per il paliotto dell’altare rivolto verso il popolo. Nel documento Rizzardi descrive il progetto di una scagliola monocroma destinata a essere realizzata dalla bottega artistica Bianchi di Firenze, specializzata nella tradizionale tecnica dell’intarsio in scagliola.

Il bozzetto riprende in due dimensioni la parte centrale del paliotto del Fantoni, creando così un collegamento diretto tra l’antico altare maggiore e il nuovo altare liturgico.

Chi è Raffaele Rizzardi

Raffaele Rizzardi di Sarnico: a 23 anni laurea in Economia e Commercio, a 70 laurea in Storia dell’arte e adesso Giurisprudenza

Dottore Commercialista, con precedenti esperienze di dirigente d’azienda nell’area amministrativa. Collabora con la sezione Norme e Tributi del Sole 24 Ore dal 1984, con particolare riferimento ai temi relativi all’imposta sul valore aggiunto, sia in ambito nazionale che nei rapporti con l’Unione europea. Partecipa come relatore all’evento Telefisco sin dall’inizio di questa manifestazione. Ha scritto numerose pubblicazioni di commento alla normativa fiscale. È docente ai corsi per l’aggiornamento professionale dei dottori commercialisti, a Master Universitari, alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione e al corso superiore di Polizia Economico-Finanziaria.

Gli esami non finiscono mai. Lo sa bene Raffaele Rizzardi, 74 anni, milanese di nascita ma di casa a Sarnico. Prima laurea in Economia e commercio a 23 anni all’Università Cattolica del Sacro Cuore, la seconda in Storia dell’arte a 70 anni con una valutazione di 105/110 all’ateneo di Ca’ Foscari a Venezia con una tesi sulle opere del bergamasco Mauro Codussi. E adesso la terza laurea, in Giurisprudenza: 110/110 all’ Università Niccolò Cusano di Roma.

«Sono convinto – ha detto dopo la discussione della tesi – che lo studio e la conoscenza non abbiano età». E lo dice da professore incaricato dal 2005 al 2012 di Tecnica professionale all’Università di Pavia e di Diritto dei contratti al Corso superiore di Polizia Tributaria di Roma, oltre che da docente nei corsi di aggiornamento ai commercialisti di tutta Italia e autore di un libro sull’Iva che ha superato le 40 edizioni.

Autore del libro Chiesa prepositurale San Martino vescovo. Sarnico (Bergamo)